Serietà e morte

Non vale certo la pena di scomodarsi e commentare con suoni plebei le parole del Presidente della Repubblica che, rispondendo al Primo ministro britannico, ha osservato come gli Italiani, oltre ad avere in gran conto la libertà, avrebbero in gran conto anche “la serietà”. Per apprezzare questa uscita è sufficiente pensare allo scoppio di risate che avranno accolto, a Londra, queste memorabili parole ed il tema si potrebbe chiudere qui come un altro bell’esempio di folclore italiano.

A me interessa, però, un particolare sottinteso alla dichiarazione, sfuggito ai commentatori ma, dal mio punto di vista, centrale.

Il punto è il seguente: esistono delle virtù che il Presidente avrebbe potuto lodare, senza cadere nel ridicolo, negli Italiani di oggi?

Tradizionalmente, lo sappiamo, andiamo sul tranquillo: Italiani brava gente, simpatici, allegri, che vestono bene, grandi improvvisatori, creativi, confusionari ma geniali; e poi la dolce vita, il saper vivere, il fascino latino, il cantare, il sole, il mare, il cibo…

Ma oggi? Cos’è rimasto di tutto questo? Qualcuno potrebbe dire che gli Italiani cantano? che sono allegri? che mangiano meglio degli altri? che sono conquistatori di donne?

Con che cosa abbiamo sostituito le nostre tradizionali virtù? Che cosa caratterizza, oggi, il popolo italiano se non tedio, noia, stanchezza, disarmo totale? In quali valori credono, gli Italiani? L’impressione è che – cancellate famiglia e religione – il vuoto e l’imitazione becera degli altri siano i valori nazionali. Conditi con ignoranza abissale (la scuola…) e buonismo apparente. Todos caballeros, insomma, in un’indistinta melassa di ignavia, pigrizia, disinteresse e vanagloria.

E così la “serietà” che ci auto attribuiamo mi ricorda tanto la verginità di cui si vantavano le vecchie zitelle di una volta: unico, triste trofeo da sventolare, non potendo sventolare – in una misera esistenza – nessun altra bandiera.

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